Salvatore Puledda
L'essere umano alle soglie del nuovo millennio.
28/03/98 - Sala congressi Società Umanitaria - Milano
Desidero ringraziare il Centro delle Culture di Milano ed il suo presidente per avermi invitato a presentare le
idee del Nuovo Umanesimo in questo incontro ed il Rev. Ragiakiya Pandita Shasthrapathi Angulugaha Wansananda Thero
per l'illuminante descrizione da lui data del significato dell'umanesimo nel buddismo theravada. Ringrazio per
la loro presenza gli amici asiatici ed europei che qui ci accompagnano.
Debbo dire innanzi tutto che questo è un incontro estremamente stimolante visto che il nostro comune interesse
è -secondo il titolo dell'incontro stesso- la situazione dell'essere umano alle soglie del nuovo millennio.
Qui è però necessaria una piccola precisazione. Parlare in termini di "millennio" significa
collocarsi all'interno di un orizzonte temporale che è proprio dell'Occidente cristiano ma che è
estraneo alle altre culture ed al buddismo in particolare. Se le mie conoscenze della storia di questa grande
dottrina non sono errate su questo punto, il buddismo -o almeno certe sue scuole- inquadra la propria storia piuttosto
sulla base di una scansione temporale di 500 anni, e quindi ha da poco iniziato la sesta fase del suo secolare
sviluppo.
Questo discorso sulle scansioni temporali non è in realtà molto importante: mi sembra che quando
abbiamo dato a questo incontro il titolo: "L'essere umano alle soglie del nuovo millennio..." intendevamo
dire che l'attuale umanità, nella sua interezza, si trova davanti ad un passaggio storico quanto mai delicato
e pericoloso; intendevamo dire che l'attuale umanità si trova davanti alla necessità di una grande
trasformazione, che si presenta però estremamente difficile, problematica e complessa. Usando il linguaggio
del Nuovo Umanesimo, possiamo esprimere tutto questo dicendo che la situazione in cui l'attuale umanità
si trova è quella di una "crisi globale".
Proprio su questo punto verterà il mio discorso. Tratterò anche i rimedi che il Nuovo Umanesimo propone
per fronteggiare questa crisi globale e, all'interno di questo tema, alcuni aspetti che avvicinano la nostra dottrina
a quella del buddismo. Mi riferisco all'idea di compassione verso la sofferenza di tutti gli esseri ed al nostro
atto morale che si sintetizza nella frase: "Tratta gli altri come vorresti essere trattato".
Ma prima di entrare in tema, vorrei chiarire qual'è per noi il significato di questo incontro con i rapresentanti
ufficiali della dottrina donata agli uomini da uno degli eroi dell'umanità, da Colui che è stato
definito la "Luce dell'Asia", l'Illuminato, il Tathagata, il Budda.
Il nostro è un movimento giovane, nato in un'area culturale specifica, quella latina, e più in particolare
in quella latino-americana, ma che fin dall'inizio ha mostrato una netta vocazione internazionalista, anzi una
chiara e cosciente spinta a superare la propria particolarità culturale e a dirigersi verso tutte le culture.
Il Movimento Umanista via via che si espandeva dal suo luogo di origine, prima in Europa e negli Stati Uniti e
quindi in Asia e Africa, entrava in contatto ed includeva persone ed associazioni appartenenti a culture e credi
religiosi diversi.
Qui c'è da precisare subito un aspetto-chiave: il Movimento Umanista non ha mai chiesto a nessuno dei suoi
membri di tagliare le proprie radici culturali o di abbandonare la propria fede religiosa per uniformarsi al modello
culturale dei fondatori del Movimento stesso. Al contrario, li ha sempre invitati a mettere in pratica, nella
forma più profonda e coerente, i principi religiosi e morali nei quali credevano in buona fede e che ritenevano
validi. Il Movimento Umanista non distingue i propri membri sulla base delle loro credenze religiose; al contrario
accetta al suo interno tutte le religioni incluso l'ateismo, a patto che queste non predichino e pratichino la
violenza o la discriminazione per imporre la loro visione del mondo.
Proprio perché include al suo interno, su una base di parità e secondo l'unico criterio della comune
umanità, persone appartenenti a culture e a credi religiosi diversi, il Movimento Umanista ha sempre favorito
tutte quelle attività che portassero ad una migliore conoscenza reciproca, a uno scambio e ad un arricchimento
mutuo, con i rappresentanti delle diverse religioni. La lista di questi incontri è ormai lunga. Ne ricorderò
solo i più importanti ad alcuni dei quali ho avuto la fortuna di partecipare personalmente.
Nel 1981, proprio nello Sri Lanka, ci fu un grande incontro tra rappresentanti del massimo livello dello Shanga
ed il fondatore del Movimento Umanista, Silo. Sempre nell'81, ci fu altro incontro di Silo con vari religiosi
induisti, in occasione del discorso che Silo stesso tenne sulla spiaggia di Chawpatty a Bombay, davanti a oltre
10.000 persone. Ricordo anche che nel Primo Forum Umanista, che si tenne a Mosca nel 1993, partecipò un
delegato della Chiesa Ortodossa russa in rappresentanza del Patriarca. Incontri con le comunità ebraiche,
specialmente in Argentina, sono stati frequenti, e lo stesso vale per la fede Ba'hai e per i rappresentanti religiosi
dei popoli indigeni d'America.
Dunque, questo scambio di idee con i nostri amici buddisti si inquadra per noi in un contesto più ampio
che è quello dell'incontro con i rappresentanti di tutte le fedi cui appartengono i nostri aderenti. Debbo
ricordare tuttavia che nello Sri Lanka il Movimento Umanista è presente gia' da parecchi anni e che conta
su numerosi membri.
Debbo dire, per concludere questo punto, che in tutti gli incontri che ho citato e nei numerosi altri che hanno
avuto luogo, sempre il nostro messaggio è stato ricevuto con grande attenzione e rispetto; sempre abbiamo
trovato persone che, nonostante appartenessero ad un credo specifico -magari ad una religione antichissima e veneranda-
hanno sempre manifestato una genuina preoccupazione non tanto e non solo per la loro comunità religiosa
e per la loro chiesa, quanto per le sorti dell'umanità in generale, per questa situazione di gravissima
crisi, per questo delicatissimo passaggio storico nel quale a tutti tocca vivere.
Chiarito, dunque, il significato che per noi ha questo incontro, vorrei passare a trattare i temi di cui parlavamo
all'inizio.
Il Movimento Umanista, fin dalla sua apparizione 30 anni fa, ha sempre parlato di una crisi che si sarebbe estesa
e approfondita fino a minare le fondamenta stesse dell'attuale civiltà umana; di una crisi che non avrebbe
risparmiato nessun paese e nessuna istituzione per quanto solidi, potenti, rispettati essi potessero al momento
apparire.
Trent'anni fa questi discorsi suonavano un po' strani, fuori tono, poco costruttivi, anzi decisamente catastrofici.
Oggi, dopo tante delusioni, sconfitte e perdite delle proprie certezze, dei propri modelli, anche l'uomo della
strada ammette l'esistenza di una crisi che investe tanto la sfera sociale quanto quella personale.
In Movimento Umanista ha sempre sostenuto che non si trattava di una crisi parziale, limitata ad un qualche settore
della società, come per es. la politica, l'economia, l'arte, la vita religiosa, ma di una crisi strutturale
e globale. Né essa sarebbe rimasta confinata all'Occidente, dove i suoi sintomi apparivano più chiari,
ma si sarebbe estesa a tutte le culture, a tutta la civiltà umana. Ma il Movimento Umanista ha sempre sostenuto
altresì che tale crisi non doveva essere interpretata in senso tragico o millenaristico: essa mostrava l'esaurirsi
di un momento di processo, la fine di una condizione ed annunciava una trasformazione radicale, anche se difficile
e tortuosa, della civiltà umana. La crisi, nonostante i pericoli e le minacce che essa portava con sé,
corrispondeva ad una crescita, ad un avanzamento dell'essere umano. La crisi c'era perché l'essere umano
aveva fatto grandi passi avanti e niente di quanto gli era dato lo soddisfaceva pienamente.
Ed è proprio da questo delicato passaggio da uno stadio ad un altro più avanzato della civiltà
umana che il Movimento Umanista trae le proprie legittimazioni. Non ci sarebbe bisogno di esso se le istituzioni,
l'organizzazione sociale, la distribuzione della ricchezza andassero bene in una qualunque parte del mondo; se
gli esseri umani sperimentassero una felicità e una pace sempre più profonde in una qualunque parte
del mondo.
Qui giungiamo all'aspetto più specifico della crisi attuale, che ne fa un unicum, qualcosa di mai accaduto
nella storia umana: mi riferisco alla sua globalità, alla sua dimensione planetaria. Nella storia umana
si è assistito ripetutamente al crollo di imperi immensi, di intere civiltà, alla scomparsa di popoli
potenti con le loro città, le loro istituzioni, i loro dei. Ma mai, sull'umanità nella sua interezza,
era apparsa la minaccia di una catastrofe globale, di una sparizione completa, come quella che fronteggiamo oggi
per i pericoli posti da una guerra nucleare o dagli squilibri ecologici.
Ma neppure era mai apparsa la possibilità della creazione di una civiltà globale e comune per tutti
i popoli della Terra. La crisi nasce proprio da questo difficile e rischioso passaggio.
La nostra è la prima generazione che ha visto l'immagine del proprio pianeta dall'esterno. Dallo spazio
abbiamo visto il nostro pianeta, un solo pianeta, la nostra casa comune. E lo abbiamo visto minacciato, fragile.
Credo che nulla, meglio di questa immagine, dia conto della crisi e nello stesso tempo della sfida che attende
l'umanità.
Perché su questo pianeta, comune a tutti, unificato dai mezzi di comunicazione di massa, vediamo in tempo
reale gli squilibri più dolorosi, la fame e l'opulenza, le tecnologie più avanzate e il lavoro fisico
più sfibrante, città immense al limite del collasso ed aree abbandonate e deserte. Ma soprattutto
vediamo la confusione, la perdita del senso della vita e la violenza in tutte le sue forme: economica, religiosa,
razziale, sessuale, psicologica. La violenza, esaltata dal nuovo potenziale tecnologico. E vediamo che la violenza
non risparmia quell'isola di tanto antica tradizione pacifista che è lo Sri Lanka.
Credo che a tutti risulti chiaro come ormai esistono le possibilità pratiche di portare l'intera umanità
ad un livello accettabile per quanto riguarda il cibo, la casa, la salute. Se questo non avviene è perché
esiste un sistema economico mostruoso che concentra nelle mani del 20% dell'umanità l'80% delle ricchezze.
E questo non solo su scala globale, tra paese ricchi e paesi poveri, ma anche all'interno degli stessi paesi opulenti,
dove cresce la disoccupazione, la marginalità di intere fasce di popolazione, di intere aree geografiche.
Ma forse l'aspetto più preoccupante della crisi attuale sta nello scontro in atto tra le diverse culture.
Fino a tempi recenti, le grandi civiltà si sono sviluppate separatamente, in gran parte sulla base di fattori
endogeni, e solo occasionalmente hanno interagito in modo più o meno profondo, attraverso gli scambi commerciali,
le influenze culturali e religiose, le migrazioni, le guerre.
Oggi, nel villaggio globale, tutte interagiscono con tutte. Attraverso i mezzi di comunicazione di massa, appaiono
nelle nostre case modi di vita, visioni del mondo diverse, finalità e valori contrastanti. Dove sta il
bene e dove sta il male? Tutto si relativizza. Nelle grandi metropoli, in uno spazio fisico ristretto, vivono fianco
a fianco essere umani con paesaggi culturali, punti di riferimento, modelli di vita diversi o addirittura opposti.
Dove sta il bene e dove sta il male, se cioò che è bene per me è diverso da ciò che
è bene per il mio vicino?
Per il Movimento Umanista in questo sta la dimensione ed il significato della crisi attuale. Potremmo aggiungere
descrizioni più approfondite -sociologiche, politiche, economiche, ecc.- ma credo che anche senza di esse,
non sia difficile convenire sul fatto che nella presente situazione di globalizzazione -dalla quale non è
più possibile tornare indietro- si presentano due strade: o una lotta distruttiva tra le varie culture per
l'egemonia, con il prevalere finale di una e quindi l'apparizione di una nuova dimensione imperiale uniformata,
coercitiva, su scala planetaria, oppure la creazione di una nazione umana universale, in cui le differenti culture
possano coesistere, apportando ciascuna la propria esperienza ed il proprio contributo, ciascuna con la propria
identità, con i propri colori, la propria musica, la propria via per avvicinarsi al divino.
Qui arriviamo ad un altro punto che ci interessa discutere. Qual è il contributo che può apportare
il Movimento Umanista alla costruzione della nazione umana universale? Ma prima di questo è necessario
un qualche chiarimento. Perché Movimento Umanista, perché Nuovo Umanesimo?
Se apriamo un manuale di storia, apprendiamo che l'umanesimo è stato un fenomeno culturale che è
apparso in un momento storico ed un luogo geografico ben preciso: in Italia prima e quindi in tutta l'Europa Occidentale
tra la metà del XIV secolo e la metà del XVII secolo.
Ma che cosa ha a che vedere questo movimento culturale con il mondo attuale? Certo tutti comprendiamo che la sua
importanza è stata grandissima nella storia dell'Occidente perché ha rivendicato dignità e
centralità per l'essere umano contro la svalutazione operata dal Medioevo Cristiano. Ma che cosa può
dire alle culture dell'Asia e dell'Africa, agli eredi delle culture precolombiane, o a quelle dell'Oceania? Il
Movimento Umanista attuale riformula e reinterpreta in modo nuovo il concetto di umanesimo e lo inserisce in una
prospettiva storica globalizzante, cioè in sintonia con l'epoca attuale che, come abbiamo detto, vede gli
albori, per la prima volta nella storia umana, di una società planetaria.
Per noi, l'umanesimo che appare con forza in Europa in epoca rinascimentale e che pone al centro di tutto l'essere
umano e la sua dignità, non è un fatto esclusivamente europeo. Esso era già presente in altre
culture. Certo, veniva chiamato in altro modo, dato che altri erano i parametri culturali di riferimento, ma non
di meno esso era implicito sotto forma di "atteggiamento" e di "prospettiva" di fronte alla
vita.
Quindi, nella nostra concezione, l'umanesimo risulta essere una fenomeno che è sorto e si è sviluppato
in diverse parti del mondo ed in diverse epoche. Proprio per questo esso può imprimere una direzione convergente
a culture diverse che attualmente si trovano forzatamente e conflittivamente a contatto.
Ma sulla base di quali indicatori storici possiamo parlare in questi termini, e sviluppare questa interpretazione?
In quali momenti si può parlare di "umanesimo" per culture che hanno avuto una storia complessa
ed estremamente varia? A nostro parere, in tutte le grandi culture della Terra è possibile rintracciare
momenti, che noi chiamiamo appunto "umanisti" e che sono riconoscibili attraverso i seguenti indicatori:
In tali momenti,
l'essere umano occupa una posizione centrale sia come valore sia come preoccupazione;
si afferma l'uguaglianza di tutti gli esseri umani;
si riconoscono e si valorizzano le diversità personali e culturali;
si tende a sviluppare la conoscenza al di là di quanto accettato fino a quel momento come verità
assoluta;
si afferma la libertà di professare qualunque idea e credenza;
si ripudia la violenza.
Credo che nessuna altra dottrina si avvicini tanto a questo criterio di umanesimo quanto il buddismo. E proprio
per questo noi riconosciamo nel buddismo una visione dell'uomo e del mondo molto prossima alla nostra. Per chiarire
meglio questo punto vorrei rifarmi ad alcuni aspetti-chiave della dottrina del Nuovo Umanesimo.
Nel suo primo discorso pubblico, pronunciato il 4 Maggio 1969 ai piedi della più grande montagna dell'Occidente,
l'Aconcagua, il fondatore del Nuovo Umanesimo, Silo, trattò questi temi, fondamentali per ogni essere umano:
la sofferenza ed il cammino per superarla. Il titolo di quel discorso, a cui noi facciamo risalire l'inizio del
nostro movimento, era appunto: "La guarigione della sofferenza".
Con parole semplici e poetiche Silo disse che la vera saggezza non si apprende dai libri, ma che è una questione
di esperienza personale, di esperienza interiore. La vera saggezza sta nel comprendere attraverso la meditazione
qual è la radice della sofferenza e quali sono i mezzi che permettono di superarla. Innanzi tutto Silo distingue
tra dolore e sofferenza. Il dolore è del corpo, la sofferenza è della mente. Il dolore fisico può
diminuire grazie ai progressi della scienza e alla creazione di una organizzazione sociale sempre più giusta
che permetta a tutti di soddisfare i propri bisogni fondamentali, quali il cibo, la casa, un lavoro dignitoso,
ecc. Ma né la scienza né la giustizia sociale possono vincere la sofferenza della mente. Tre sono
le vie della sofferenza mentale: la via del ricordo, la via della percezione, la via dell'immaginazione. Si soffre
perché si vive una situazione contraddittoria, cioè una situazione in cui si fanno cose che sono
tra loro in opposizione. Ma si soffre anche per la paura di non raggiungere qualcosa nel futuro o di perdere qualcosa
che si ha. E si soffre per le frustrazioni e le delusioni, per ciò che non si è ottenuto o per ciò
che si è perso o per ciò chesi è già sofferto: le umiliazioni, la violenza, i dolori
del corpo, i tradimenti, le ingiustizie, la vergogna. E si soffrie per la paura delle malattie, per la paura della
vecchiaia, per la paura della morte.
Ma alla base di ogni sofferenza della mente, dice Silo, c'è la violenza interna. E alla radice della violenza
interna sta il desiderio. Tuttavia, la violenza interna, motivata dal desiderio, non rimane all'interno di chi
la patisce: come una malattia essa contamina tutto intorno a sé. Essa produce negli altri, nel nostro prossimo,
nuovo dolore e nuova sofferenza. Essa diventa violenza fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale. Essa fa
girare a rovescio la ruota della vita.
Superare la violenza vuol dire allora estirpare la radice del desiderio. Questo, come sappiamo, è un cammino
lungo e difficile, che inizia purificando ed elevando il desiderio. Che inizia ripudiando tutte le forme di violenza;
che inizia con lo sforzo di andare verso gli altri, di dedicarsi agli altri, di aiutarli a superare il loro dolore
e la loro sofferenza. Non è questo lo stesso che il buddismo chiama compassione verso la sofferenza di tutti
gli esseri?
In questo cammino difficile, noi abbiamo cercato di incamminarci. Per questo lottiamo contro tutte le forme di
violenza; per questo lottiamo contro la discriminazione razziale, religiosa o sessuale e contro un sistema economico
che non si preoccupa dei bisogni più elementari della stragrande maggioranza degli esseri umani. Ci guida
in questo cammino un principio morale che è antico quanto la civiltà: "Tratta gli altri come
vuoi essere trattato". Sulla base di questo principio cerchiamo di portare avanti le nostre attività,
ora sbagliando ora avanzando, sapendo bene, però, che solo dedicandosi agli altri e andando oltre al proprio
egoismo potremo guarire la nostra sofferenza.
Molte grazie per la vostra attenzione. Per tutti pace, forza e allegria.