DAKAR (SENEGAL) - UNIVERSITA' CHEIKH ANTA DIOP - 26 NOVEMBRE 1998
L'UOMO DI FRONTE ALL'UOMO
Speranza o disperazione
Discorso di Salvatore Puledda
Vorrei prima di tutto ringraziare l'Università Cheick Anta Diop di Dakar e il Forum degli Studenti Umanisti
per aver organizzato questo incontro. Ringrazio anche tutti gli intellettuali che parteciperanno a questa conferenza
con me, oltre a tutti i qui presenti.
Cercherò, nei limiti di tempo a me concessi, di spiegare la posizione del Movimento Umanista che qui rappresento,
riguardo ad alcune questioni fondamentali. Inizierei subito a parlare della portata e del senso della crisi personale
e sociale che stiamo vivendo, e le soluzioni preconizzate dal Nuovo Umanesimo. Inoltre, esporrò la concezione
dell'essere umano, la crisi che ha motivato il nostro incontro oggi, e che ha influenzato persino la scelta dell'argomento
di questa conferenza: "L'uomo di fronte all'uomo: speranza o disperazione".
In secondo luogo, tenterò di chiarire il concetto di Essere Umano che noi esponiamo. Infine affronterò
una questione critica, particolarmente in un paese come il Sénégal, cioè la nostra posizione
nei confronti della religione e della trascendenza.
Prima di affrontare questi argomenti, mi sembra particolarmente importante chiarire ciò che questo incontro
rappresenta per noi. Il nostro è un movimento giovane, ma in uno spazio culturale specifico, quello del
mondo occidentale, e in particolare in America Latina. Tuttavia, fin dall'inizio, il Movimento Umanista ha chiaramente
manifestato una vera e propria vocazione internazionalista, o, meglio ancora, un dinamismo cosciente ed efficace
per superare la sua specificità culturale ed rivolgersi a tutte le culture. Continuando a diffondersi dal
suo luogo d'origine, verso l'Europa e gli Stati Uniti, e successivamente in Asia e in Africa, il Movimento Umanista
è entrato in contatto con delle persone e delle associazioni appartenenti a delle culture e credo religiosi
diverse.
Vorrei insistere su un punto veramente importante: il Movimento Umanista non ha mai chiesto ad uno dei suoi membri
di rompere con la propria origine culturale o di abbandonare la propria fede religiosa per conformarsi al modello
culturale dei fondatori del Movimento. Anzi, al contrario, il Movimento ha sempre incoraggiato i suoi membri a
mettere in pratica, nel modo più coerente e profondo, i loro principi religiosi e morali nei quali credono
profondamente e che considerano validi. Il Movimento Umanista non distingue i suoi membri sulla base del loro credo
religioso; al contrario, esso accetta al suo interno tutte le religioni, persino l'ateismo, purché queste
non predichino e non ricorrano alla violenza e alla discriminazione per imporre le loro posizioni.
E, poiché il Movimento Umanista accoglie persone appartenenti a culture e religioni diverse, in base all'uguaglianza
e nel rispetto dell'unico criterio dell'umanità comune, esso ha sempre favorito le attività volte
ad una migliore comprensione reciproca, ad uno scambio di idee e ad un arricchimento personale e collettivo, tenendo
conto di tutte le ideologie e di tutti i credo. Simili punti di incontro sono frequenti, ma il nostro messaggio
è sempre accolto con attenzione e rispetto. Abbiamo sempre incontrato persone che, nonostante le loro specifiche
religioni, persino quelle più antiche, hanno sempre dimostrato un interesse reale, non solo per la loro
comunità religiosa e per la loro chiesa, ma anche per il genere umano in senso lato, per questa crisi gravissima,
per questo passaggio storico difficilissimo che stiamo vivendo tutti.
Ora che il senso del nostro incontro è stato chiarito e compreso, vorrei senza indugio affrontare la questione
dei tre temi della nostra discussione. Cominciamo, dunque, dalla crisi personale e sociale.
Il Movimento Umanista, ormai nato da trenta anni, ha fin dall'inizio parlato di una crisi che si sarebbe sentita
fino ad attaccare le fondamenta anche della civiltà umana attuale; una crisi che non avrebbe risparmiato
alcun Paese, alcuna isitituzione, a prescindere dalla loro potenza a quell'epoca.
Il Movimento Umanista ha sempre affermato che questa crisi non era un fenomeno parziale, limitato a qualche settore
della società, come per esempio la politica, l'economia, l'arte o la religione, ma una crisi strutturale
e globale. Essa non si sarebbe nenche limitata all'occidente, dove i sintomi sono più evidenti, ma si sarebbe
estesa a tutte le culture, a tutta la civiltà umana. Analogamente, il Movimento Umanista ha sempre sostenuto
che una tale crisi non dovrebbe essere interpretata in modo tragico, perché significherebbe piuttosto la
fine di un processo, la fine di determinate condizioni, e l'annuncio di una trasformazione radicale, benché
difficile e tortuosa, della civiltà umana. Nonostante i pericoli e le minacce che comportava, la crisi corrispondeva
ad una crescita e ad un'avanzamento dell'Essere Umano. C'era crisi perché l'uomo aveva compiuto progressi
notevoli. Tuttavia, niente di ciò che aveva ottenuto riusciva a soddisfarlo completamente. Ed è precisamente
sulla base di questa delicata transizione che il movimento legittima la sua esistenza. Il movimento non avrebbe
senso se le istituzioni, l'organizzazione sociale, la distribuzione delle ricchezze fossero adeguate in tutto il
mondo. Non avrebbe senso neanche se gli Esseri Umani esprimessero felicità e pace in un punto qualsiasi
del mondo.
Si affronta, così, l'aspetto più specifico della crisi attuale, che ne fa un fenomeno unico, mai
prima prodotto nella storia dell'umanità: non mi riferisco alla sua globalità e alla sua dimensione
planetaria. La storia dell'Umanità ha sempre testimoniato il declino dei grandi imperi, di intere civiltà,
la scomparsa di interi popoli con le loro città, le loro istituzioni, i loro dei. Ma mai, nella storia dell'Umanità,
si era sperimentato il peso della minaccia di una catastrofe globale come quella che viviamo oggi, di fronte al
pericolo di una guerra nucleare e del deserto ecologico. Allo stesso modo, non era mai affiorata la possibilità
di creare una civiltà globale comune a tutti i popoli della Terra. La crisi nasce proprio da questo passaggio
estremamente difficile e rischioso.
La nostra generazione è la prima ad aver avuto l'immagine del proprio pianeta dall'esterno. Dopo l'esperienza
dello spazio, abbiamo percepito il nostro pianeta come un mondo, come la nostra casa, e l'abbiamo visto fragile
e minacciato. Credo che niente mostri meglio di quest'immagine l'ampiezza della crisi che stiamo vivendo e, contemporaneamente,
la sfida che attende l'umanità. Perché su questo pianeta comune a tutti, e unificato dai mezzi di
comunicazione di massa, assistiamo agli squilibri più dolorosi: la fame e l'opulenza, le città popolose
e abbandonate, le regioni deserte, ma soprattutto, vediamo la confusione, la perdita del senso della vita, e la
violenza in tutte le sue forme: economica, religiosa, razziale, sessuale, psicologica. La violenza esaltata dal
nuovo potenziale tecnologico.
Credo che siamo tutti consapevoli, oggi, del fatto che sia possibile ricondurre tutta l'umanità ad un livello
accettabile per quanto riguarda l'alimentazione, la sanità e l'abitazione. Se niente viene fatto in questo
senso, è a causa di un sistema economico mostruoso che concentra l'80% delle ricchezze nelle mani del 20%
dell'Umanità. E non solo su scala globale, tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche, in seno alle società
più opulente, dove la disoccupazione crescente e alcuni strati della popolazione sono marginalizzati.
Tuttavia l'aspetto più eclatante della crisi attuale risiede nel confronto tra le diverse culture. Recentemente
le grandi civiltà si sviluppano separatamente in gran parte sulla base di fattori endogeni e solo occasionalmente
esse hanno interagito in modo più o meno profondo attraverso gli scambi commerciali, le influenze culturali
e religiose, le migrazioni e le guerre.
Oggi, nel villaggio globale, ciascuno interagisce con il proprio vicino. Tramite i mass media, nelle nostre case
entrano i modi di vita, le visioni del mondo, le aspirazioni e i valori più differenti. Dov'è il
bene? E dov'è il male? Tutto diventa relativo. Nella grande metropoli, in uno spazio fisico ristretto, vivono
l'uno accanto all'altro degli Esseri Umani con paesaggi culturali diversi, punti di vista diversi, modelli di vita
diversi. Dov'è il bene, dov'è il male, se ciò che è bene per me è diverso da
ciò che è bene per il mio vicino?
Per il Movimento Umanista, la dimensione e il senso della crisi attuale stanno soprattutto in questo. Potremmo
dare svariate spiegazioni dettagliate, sul piano sociologico, economico, politico, ecc. ... ma credo che anche
senza tutto ciò non dovrebbe essere difficile ammettere che, nella situazione di globalizzazione attuale
che non permette di tornare indietro, ci si aprono due alternative: o una lotta distruttiva tra le diverse culture
e l'egemonia, con la predominanza dell'una sulle altre, o la comparsa di una nuova nazione umana e universale in
cui le diverse culture possano coesistere, ciascuna dando il proprio contributo con i propri colori, la propria
musica, la propria maniera di avvicinarsi al divino.
Così arriviamo ad un altro punto. In che misura il Movimento Umanista può contribuire alla costruzione
di una nazione umana universale? Ma prima di tutto è necessario fare qualche commento. Perche Movimento
Umanista, perche Nuovo Umanesimo?
Aprendo un manuale di storia, apprendiamo che l'Umanesimo è un fenomeno culturale apparso in un momento
storico e in un luogo geografico ben precisi: prima in Italia, e successivamente in tutta l'Europa occidentale,
tra la seconda metà del 14° secolo e la seconda metà del 17° secolo.
Ma cosa ha in comune questo movimento culturale con il mondo attuale? Tutti noi comprendiamo la sua importanza
nella storia dell'occidente, in quanto ha permesso di rivendicare la dignità e la posizione centrale dell'Essere
Umano contro la svalutazione operata dal Medio Evo cristiano. Ma che significa per le culture asiatiche e africane,
per gli eredi delle culture precolombiane o oceaniche? Il Movimento Umanista attuale riformula e reinterpreta in
una forma nuova il concetto di umanesimo e lo inserisce in una prospettiva storica globale, cioè in armonia
con la nostra epoca che, come abbiamo poc'anzi detto, è all'alba per la prima volta nella storia dell'Umanità,
di una società planetaria.
Per noi l'Umanesimo che appare in Europa in epoca rinascimentale e che pone l'Essere Umano e la sua dignità
al centro di tutto non è solo un fenomeno europeo. Esso era già presente in altre culture, cioè
nell'Islam, in India e in Cina. Si chiamava in modi diversi, a causa dei diversi riferimenti culturali, ma tuttavia
si esprimeva attraverso comportamenti e atteggiamenti rivolti alla vita.
Dunque, nella nostra concezione, l'Umanesimo è un fenomeno che è nato e si è sviluppato in
diverse parti del mondo attraverso epoche diverse. Proprio per questo motivo esso offre una direzione convergente
per delle culture diverse che attualmente si trovano in contatto forzatamente e conflittualmente.
Ma quali indicazioni ci hanno permesso di parlare in questi termini e di sviluppare una tale intepretazione? Quand'è
che possiamo parlare di Umanesimo per le culture che hanno una storia complessa ed estremamente variata? Per quanto
mi riguarda, credo che sia possibile ritrovare dei momenti che noi chiamiamo giustamente umanisti in tutte le grandi
culture del pianeta che sono riconoscibili attraverso i seguenti indizi: in tali momenti l'Essere Umano occupa
una posizione centrale, sia come valore, sia come proccupazione; tutti gli Esseri Umani sono uguali; si riconoscono
e si valorizzano le diversità personali e culturali; la libertà di professare qualsiasi idea o fede
è garantita; la violenza è rifiutata.
A tal proposito vorrei citare proprio l'esempio dell'Islam. Attualmente in Occidente si tende ad identificarlo
con delle tendenze religiose fondamentaliste (che sono d'altronde presenti in tutte le religioni storiche senza
eccezioni), dimenticando che l'Islam si è delineato come uno degli esempi più chiari di tolleranza
religiosa nei secoli che corrispondevano al nostro Medio Evo. E questo in un momento in cui regnava in Europa l'integralismo
religioso più rigido ed intransigente.
Nel mondo musulmano di quest'epoca, troviamo un concetto che dominava la vita sociale, il concetto di "Adab",
che può essere considerato come sinonimo di ciò che i Greci chiamavano "paideia" e i Latini
"umanità", termini che significano cultura, e che stanno a cuore anche all'Umanesimo del Rinascimento.
La parola "Adab" in origine indicava le regole di comportamento dei beduini, ma ha poi assunto un significato
veramente umanista quando il califfato per la prima volta dopo Alessandro Magno divenne il centro delle relazioni
tra diverse tradizioni culturali e diverse confessioni, il centro che univa il Mediterraneo al mondo Indo-Iraniano.
Il califfato, essendo il centro dell'influsso reciproco tra differenti culture, e mescolando differenti gruppi
etnici, ha contribuito alla costituzione di un elemento fondamentale dell'Umanesimo: l'universalismo come idea
di unità della razza umana. Nella vita pratica, la manifestazione di questa idea corrispondeva al fatto
che le terre abitate dai musulmani si estendevano dal Volga a nord, fino al Madagascar, e dalla costa atlantica
dell'Africa, ad Ovest, fino alla costa pacifica dell'Asia ad Est. Anche se l'impero musulmano si frantumava con
il tempo e i piccoli stati nati dalle sue rovine erano paragonabili ai possedimenti dei successori di Alessandro
Magno, i discepoli dell'Islam continuarono a vivere uniti da una sola religione, una sola lingua letteraria comune,
una sola legge, una sola cultura, e nella vita di tutti i giorni continuarono a comunicare con gli altri gruppi
religiosi e a scambiare valori diversi dai propri. Lo spirito dell'universalismo dominava negli ambienti scientifici
chiamati "Madjalis", che riunivano musulmani, cristiani, ebrei ed atei provenienti dai quattro angoli
del mondo musulmano, e che condividevano interessi intellettuali comuni. Erano tutti legati da questa ideologia
dell'amicizia che li univa, la stessa che prima aveva unito le scuole filosofiche dell'antichità, come quella
degli stoici, degli epicurei, dei neoplatonici, ecc. e che avrebbe mantenuto l'unione del circolo di Marsilio Ficino
durante il Rinascimento italiano. Teoricamente i principi dell'universalismo erano già stati elaborati nell'ambito
del kalam, o teologia speculativa. Essi sono poi divenuti il fondamento del concetto del mondo anche per i filosofi
razionalisti e mistici. All'epoca delle discussioni organizzate dai teologi Mutakallim (i maestri dell'Islam) alle
quali partecipavano i rappresentanti delle diverse confessioni religiose, il principio era quello di argomentare
sull'autenticità delle tesi basandosi esclusivamente sulla ragione umana, invece di far riferimento ai testi
sacri, non potendo, questi ultimi, essere utilizzati come base per i rappresentanti delle altre religioni.
L'ultimo punto che vorrei affrontare riguarda la concezione dell'essere umano proposta dal Movimento Umanista.
Il Movimento Umanista pone l'Essere Umano in una dimensione di libertà. La coscienza umana in questa concezione
non è un riflesso passivo o deforme del modo materiale, come nella maggior parte delle filosofie moderne
occidentali. Per noi la coscienza umana è essenzialmente un'attività intenzionale, attività
perpetua di interpretazione e di ricostruzione del mondo materiale e sociale. L'essere umano, pur partecipe del
mondo materiale, in virtù del suo corpo, non può essere ridotto ad un semplice fenomeno zoologico,
come la scienza e la psicologia occidentale lo definiscono oggi. Egli non ha una natura, né un'essenza definita.
Il progetto umano collettivo è, per il Movimento Umanista, l'umanizzazione della Terra, cioè l'eliminazione
del dolore fisico e della sofferenza mentale, dunque l'eliminazione di ogni forma di violenza e di discriminazione
che privano gli Esseri Umani della loro intenzionalità e della loro libertà, riducendoli a cose,
ad oggetti naturali, a strumenti dell'intenzionalità di terzi. Il Movimento Umanista riassume tutto ciò
in questo slogan: "Niente al di sopra dell'Essere Umano e nessun Essere Umano al di sopra dell'altro".
Mi si potrebbe contraddire chiedendomi: ma Dio, non è al di sopra dell'Uomo? Non è forse una scintilla
divina che rende l'Essere Umano libero e radicalmente diverso da tutti gli esseri animati? Perchè dunque
Dio, la parola di Dio, i comandamenti di Dio, non sono posti al di sopra dell'uomo? Dio non è al centro
di tutto come insegnano le grandi religioni? E qui tocchiamo l'ultimo punto della nostra discussione. E' molto
importante per noi distinguere tra le varie religioni - con i loro rispettivi libri sacri, la loro teologia, i
loro riti e culti, e lo spirito religioso. Tutto ciò si è manifestato nella storia, e profondamente
nella storia dell'Islam attraverso delle forme che non coincidevano necessariamente con le regole stabilite ed
accettate dalle religioni. Noi rispettiamo e concepiamo le religioni come delle vie per avvicinarci a ciò
che non può essere detto; ma sappiamo anche che il divino non può essere ridotto a delle parole e
a delle immagini umane. Sappiamo anche che la fede che muove le montagne non può essere imposta, che può
apparire e scomparire in diversi momenti della vita. Per questo motivo noi umanisti accettiamo gli atei e i credenti
di tutte le religioni. Per concludere, permettetemi di citare Silo, fondatore del Movimento Umanista. Si tratta
di un estratto di uno dei suoi discorsi intitolato "Il senso della vita": "Io dichiaro davanti a
voi la mia fede e la mia certezza d'esperienza che la morte non arresta il futuro; al contrario, la morte modifica
lo stato provvisorio della nostra esistenza per proiettarla verso una trascendenza immortale. Non impongo a nessuno
la mia certezza, né la mia fede, e convivo con coloro che si trovano in una posizione diversa nei confronti
del senso; e neanche mi sforzo di offrire solidarmente il messaggio che credo possa rendere l'Essere Umano libero
e felice. Senza alcun pretesto, non intendo eludere la mia responsabilità di esprimere le mie verità,
anche se sono discutibili per coloro che sperimentano il provvisorio della vita e l'assurdità della morte.
D'altra parte, non interrogo mai nessuno sulle proprie credenze particolari; anche se definisco chiaramente la
mia posizione su questo punto, proclamo per ogni Essere Umano la libertà di credere o meno in Dio e la libertà
di credere o meno nell'immortalità. Tra le migliaia e migliaia di donne e di uomini che lavorano solidarmente
con noi, si annoverano atei e credenti, persone con dubbi e certezze, nessuno è interrogato riguardo la
propria fede, e tutto si presenta come orientamento affinché le persone decidano esse stesse la via migliore
che possa chiarire il senso della loro vita. Non è coraggioso cessare di proclamare le proprie certezze,
ma è indegno della vera e propria solidarietà cercare di imporle".
Grazie per la vostra partecipazione.