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LA POSIZIONE DEL NUOVO UMANESIMO

San Salvador di Jujuy 30/10/95.

 

Signor Presidente delle Quinte Giornate, professor Mario Vilca; signor Presidente, per gli studenti, Jose Lazcano.

Devo ringraziare l’invito che mi è stato rivolto come espositore alle Quinte Giornate, organizzate da docenti e studenti delle aree di Filosofia, Psicologia e Pedagogia dell’Istituto di Insegnamento Superiore José Ignacio Tello.

Devo ringraziare anche l’opportunità che mi si offre di chiudere dette Giornate, considerate le importanti esposizioni e discussioni tematiche tenutesi nei giorni prcedenti.

E devo ringraziare anche la presenza di professori, studenti, giornalisti e amici.

Oggi parleremo di una corrente di pensiero che propone l’azione trasformatrice e che comincia a essere presa in considerazione grazie ai cambiamenti profondi che stanno avvenendo nella società. L’Umanesimo è questa corrente. Rivedremo molto brevemente i suoi antecedenti storici, il suo sviluppo e la situazione in cui si trova attualmente.

Dobbiamo stabilire , prima, una differenza tra l’umanesimo come corrente e l’umanesimo come atteggiamento. Quest’ultimo era già presente in diverse culture prima che la parola "umanesimo" fosse coniata in Occidente. L’atteggiamento umanista è comune alle diverse culture, in certe fasi della loro storia, e si caratterizza per: 1.- L’ubicazione dell’essere umano come valore centrale; 2.- L’affermazione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani; 3.- Il riconoscimento della diversità personale e culturale; 4.- La tendenza allo sviluppo della conoscenza al di sopra di quanto accettato come verità assoluta; 5.- L’affermazione della libertà di idee e di credenze; 6.- Il ripudio della violenza. Questo atteggiamento è ciò che conta nel nostro Nuovo Umanesimo Universalista, e sono le diverse culture quelle che ci insegnano ad amare e a praticare questa posizione di fronte alla vita. Rimetto, a chi fosse interessato, allo studio dell’umanesimo nelle diverse culture (Annuario 1994 del Centro Mondiale di Studi Umanisti, in particolare nel contributo del professor Sergei Semenov, studioso dell’umanesimo precolombiano in America Centrale e America del Sud).

Dobbiamo anche fare una distinzione, un po’ puerile, tra gli studi "umanistici" che si impartiscono nelle facoltà o negli istituti di studi e l’atteggiamento personale non definito dall’impegno professionale, ma dalla posizione di fronte all’umano come preoccupazione centrale. Quando qualcuno si definisce "umanista" non lo fa riferendosi alle sue conoscenze di "umanità" e. allo stesso modo, uno studente o uno studioso di tali discipline non per questo si considera "umanista". Facciamo questo commento perché non sono mancati coloro che legavano l’"umanesimo" a un determinato tipo di conoscenze o di livello culturale.

In Occidente sono due le accezioni che si suole attribuire alla parola "umanesimo". Si parla di "umanesimo" per indicare qualsiasi tendenza di pensiero che affermi il valore e la dignità dell’essere umano. Con questo significato si può interpretare l’umanesimo nei modi più diversi e contrastanti. Nel suo significato più limitato, ma collocandolo in una prospettiva storica precisa, il concetto di Umanesimo è usato per indicare quel processo di trasformazione che iniziò tra la fine del XIV sec. e l’inizio del XV sec. e che, nel secolo successivo, con il nome di "Rinascimento", dominò la vita intellettuale dell’Europa. Basta menzionare Erasmo, Giordano Bruno, Galileo, Nicola da Cusa, Tommaso Moro, Juan Vives e Bouillè per comprendere la diversità e l’estensione dell’Umanesimo storico. La sua influenza si protrasse per tutto il XVII sec. e in gran parte del XVIII, sboccando nelle rivoluzioni che aprirono le porte dell’Età Contemporanea. Questa corrente sembrò spegnersi lentamente fino a che nella metà di questo secolo ha cominciato nuovamente ad essere presente nel dibattito tra pensatori preoccupati per le questioni sociali e politiche.

Gli aspetti fondamentali dell’Umanesimo storico furono, approssimativamente, i seguenti:

1.- La reazione contro il modo di vivere e i valori del Medio Evo. Così comincia un forte riconoscimento di altre culture, in particolare di quella greco-romana nell’arte, nella scienza e nella filosofia.

2.- La proposta di una nuova immagine dell’essere umano, del quale si esaltano la sua personalità e la sua azione trasformatrice.

3.- Un nuovo atteggiamento rispetto alla natura, la quale viene accettata come ambiente dell’uomo e non come un sotto-mondo pieno di tentazioni e di castighi.

4.- L’interesse per la sperimentazione e la ricerca del mondo circostante, come una tendenza a cercare spiegazioni naturali, senza la necessità di riferimenti al soprannaturale.

Questi quattro aspetti dell’Umanesimo storico convergono verso uno stesso obiettivo: far nascere la fiducia nell’essere umano e nella sua creatività e considerare il mondo come regno dell’uomo, regno che questi può dominare mediante la conoscenza delle scienze. Da questa nuova prospettiva si esprime la necessità di costruire una nuova visione dell’universo e della storia. Allo stesso modo, le nuove concezioni di quell’Umanesimo storico portano alla riconsiderazione della questione religiosa tanto nelle sue strutture dogmatiche e liturgiche quanto in quelle organizzative che impregnano le strutture sociali del Medioevo. L’Umanesimo, in relazione alla modificazione delle forze economiche e sociali dell’epoca, rappresenta un rivoluzionarismo sempre più cosciente e sempre più orientato verso la messa in discussione dell’ordine stabilito. Ma la Riforma nel mondo tedesco e anglosassone e la Controriforma nel mondo latino cercano di frenare le nuove idee riproponendo autoritariamente la visione cristiana tradizionale. La crisi passa dalla Chiesa alle strutture statali. Infine l’impero e la monarchia per diritto vengono eliminati grazie alle rivoluzioni della fine del XVIII e del XIV secolo.

Ma dopo la Rivoluzione francese e le guerre di indipendenza americane l’Umanesimo è praticamente sparito nonostante esso continui come trasfondo sociale di ideali e di aspirazioni che stimola trasformazioni economiche, politiche e scientifiche. L’Umanesimo ha retroceduto davanti a concezioni e a pratiche che si radicano fino alla fine del Colonialismo, della Seconda Guerra Mondiale e dell’allineamento bipolare del pianeta. In questa situazione si riapre il dibattito sul significato dell’essere umano e della natura, sulla giustificazione delle strutture economiche e politiche, sull’orientamento della scienza e della tecnologia e, in generale, sulla direzione degli avvenimenti storici.

Sono i filosofi dell’Esistenza che danno i primi segnali: Heidegger per dequalificare l’Umanesimo come una Metafisica in più (nella sua "Lettera sull’Umanesimo"); Sartre per difenderlo (nella sua conferenza "L’Esistenzialismo è un Umanesimo"); Luypen per precisare l’inquadramento teorico (in "La Fenomenologia è un Umanesimo"). Dall’altra parte, Althusser per sollevare una posizione Antiumanista (in "Pour Marx") e Maritain per appropriarsi dell’Umanesimo dal Cristianesimo (nel suo "Umanesimo Integrale").

Dopo questo lungo cammino ripercorso e le ultime discussioni nel campo delle idee, è chiaro che l’Umanesimo deve ridefinire la sua posizione non solo come concezione teorica ma come attività e pratica sociale. Per questo ci appoggeremo continuamente al suo Documento di fondazione.

Lo stato della questione umanista deve essere proposto oggi in riferimento alle condizioni nelle quali vive l’essere umano. Tali condizioni non sono astratte. Di conseguenza non è legittimo derivare l’Umanesimo da una teoria sulla Natura o da una teoria sulla Storia o da una fede in Dio. La condizione umana è tale che l’incontro immediato con il dolore e con la necessità di superarlo è ineludibile. Tale condizione, comune a tante altre specie, trova in quella umana l’ulteriore necessità di prevedere a futuro come superare il dolore e raggiungere il piacere. La sua previsione a futuro si appoggia sull’esperienza passata e sull’intenzione di migliorare la sua situazione attuale. Il suo lavoro, accumulato in produzioni sociali passa e si trasforma di generazione in generazione in lotta continua per superare le condizioni naturali e sociali in cui vive. Per questo l’Umanesimo definisce l’essere umano come essere storico e con un modo di azione sociale capace di trasformare il mondo e la sua pripria natura. Questo punto è di capitale importanza perché accettandolo non si potrà, coerentemente, affermare poi un diritto naturale, o una proprietà naturale, o istituzioni naturali o, infine, un tipo di essere umano a futuro tale e quale è oggi, come se fosse terminato per sempre.

L’antico tema della relazione dell’uomo con la natura guadagna nuovamente importanza. Nel riprenderlo scopriremo questo grande paradosso in cui l’essere umano appare senza fissità, senza natura, nello stesso tempo in cui avvertiamo in lui una costante: la sua storicità.

Per questo, stirando i termini, si può dire che la natura dell’uomo è la sua storia; la sua storia sociale. Di conseguenza, ogni essere umano che nasce non è un primo esemplare geneticamente dotato per rispondere al suo ambiente, ma un essere storico che sviluppa la sua esperienza personale in un paesaggio sociale, in un paesaggio umano.

E’ qui in questo mondo sociale, che l’intenzione comune di suparare il dolore è negata dall’intenzione di altri esseri umani. Stiamo dicendo che alcuni uomini naturalizzano altri negando la loro intenzione: li convertono in oggetti d’uso. Così la tragedia di essere sottomesso a condizioni fisiche naturali spinge il lavoro sociale e la scienza verso nuove realizzazioni che superino dette condizioni, ma la tragedia di essere sottomesso a condizioni sociali di disuguaglianza e di ingiustizia spinge l’essere umano alla ribellione contro quella situazione nella quale si avverte non il gioco di forze cieche ma il gioco di altre intenzioni umane. Queste intenzioni umane, che discriminano gli uni e gli altri, sono messe in discussione in un campo molto diverso da quello della tragedia naturale nella quale non esiste un’intenzione. Per questo esiste sempre in ogni discriminazione un mostruoso sforzo per stabilire che le differenze tra gli esseri umani sono dovute alla natura, sia fisica o sociale, che realizza il suo gioco di forze senza che intervenga l’intenzione. Si faranno differenze razziali, sessuali ed economiche giustificandole con leggi genetiche o di mercato, ma in tutti i casi si dovrà operare con la distorsione, la falsità e la malafede.

Le due idee basilari esposte sopra, in primo luogo quella della condizione umana sottomessa al dolore con il suo impulso per superarlo e in secondo luogo la definizione dell’essere umano storico e sociale, centrano lo stato della questione per gli umanisti di oggi. Su questi particolari rimetto al mio "Contributi al Pensiero" nel saggio dal titolo: "Discussioni Storiologiche".

Nel Documento di fondazione del Movimento Umanista si dichiara che si passerà dalla preistoria alla storia pienamente umana quando si eliminerà l’appropriazione violenta e animale di alcuni esseri umani nei confronti degli altri. Fino ad allora, non si potrà partire da nessun altro valore centrale che non sia l’essere umano completo, con le sue realizzazioni e la sua libertà. L’affermazione: "Niente al di sopra dell’essere umano e nessun essere umano al di sotto di un altro" sintetizza tutto questo. Se si pongono come valori centrali Dio, lo Stato, il Denaro o una qualunque altra entità, si subordina l’essere umano creando le condizioni per il suo ulteriore controllo o sacrificio. Noi umanisti abbiamo chiaro questo punto. Noi umanisti possiamo essere atei o credenti, ma non partiamo dall’ateismo o dalla fede per dare fondamento alla nostra visione del mondo e alla nostra azione, partiamo dall’essere umano e dai suoi bisogni più immediati.

Noi umanisti poniamo il problema di base: sapere se vogliamo vivere e decidere in quali condizioni farlo.

Qualsiasi forma di violenza - fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale o ideologica - attraverso cui il progresso umano è stato bloccato, ripugna agli umanisti. Qualsiasi forma di discriminazione - manifesta o larvata - costituisce, per gli umanisti, motivo di denuncia.

Risulta così tracciata la linea di demarcazione tra l’Umanesimo e l’Anti-umanesimo. L’Umanesimo pone al primo posto la questione del lavoro rispetto al grande capitale; la questione della Democrazia reale rispetto alla Democrazia formale; la questione del decentramento rispetto al centralismo; la questione della non-discriminazione rispetto alla dicriminazione; la questione della libertà rispetto all’oppressione; la questione del senso della vita rispetto alla rassegnazione, alla complicità e all’assurdo.

Poiché l’Umanesimo crede nella libertà di scelta possiede un’etica valida. Allo stesso modo, poiché crede nell’intenzione distingue tra l’errore e la malafede.

Così noi umanisti fissiamo posizioni. Non ci sentiamo usciti dal niente ma tributari di un lungo processo e sforzo collettivo; ci impegnamo nel momento attuale e progettiamo una lunga lotta verso il futuro. Affermiamo la diversità in franca opposizione alla regimentazione che fino ad ora è stata imposta e appoggiata con la spiegazione che il diverso mette in dialettica gli elementi di un sistema, in modo che rispettando ogni particolarità si darebbe via libera a forze centrifughe e disintegratrici. Noi umanisti pensiamo l’opposto e sottolineiamo che, precisamente in questo momento, la sottomissione della diversità porta all’esplosione delle strutture rigide. Per questo mettiamo enfasi sulla direzione convergente, sull’intenzione convergente e ci opponiamo all’idea e alla pratica dell’eliminazione di presunte dialettiche in un insieme dato.

Nel Documento noi umanisti riconosciamo i precedenti dell’Umanesimo storico e ci ispiriamo ai contributi delle diverse culture, non solo di quelle che in questo momento occupano un posto centrale, pensiamo all’avvenire cercando di superare la crisi presente.

Noi umanisti siamo internazionalisti, aspiriamo a una nazione umana universale. Abbiamo una visione globale del mondo in cui viviamo e agiamo nel nostro ambiente. Non desideriamo un mondo uniforme bensì multiforme: multiforme nelle etnie, nelle lingue e nei costumi; multiforme nei luoghi, nelle regioni e nelle autonomie; multiforme nelle idee e nelle aspirazioni; multiforme nelle credenze, nell’ateismo e nella religiosità; multiforme nel lavoro; multiforme nella creatività.

Noi umanisti non vogliamo padroni; non vogliamo dirigenti né capi, e non ci sentiamo dirigenti, capi, né rappresentanti di alcuno. Noi umanisti non vogliamo uno Stato centralizzato, né uno Stato parallelo che lo sostituisca. Noi umanisti non vogliamo eserciti polizieschi né bande armate che li sostituiscano.

L’Umanesimo entra nella discussione delle condizioni economiche. Sostiene che nel momento attuale non si tratta di chiarire dettagli sulle economie feudali, sulle industrie nazionali o sui gruppi regionali; si tratta del fatto che quei sopravvissuti alla storia per assicurarsi la propria quota devono piegarsi ai dettami del capitale finanziario internazionale. Un capitale speculativo che si va concentrando su scala mondiale. In una situazione come questa, perfino lo Stato nazionale, per sopravvivere, ha bisogno di crediti e di prestiti. Tutti mendicano gli investimenti e forniscono garanzie affinché la banca si faccia carico delle decisioni finali. Sta arrivando il momento in cui le stesse aziende, così come le campagne e le città, saranno proprietà indiscussa della banca. Sta arrivando il momento dello Stato Parallelo, un momento in cui il vecchio ordine dovrà essere annientato.

Di pari passo svanisce la vecchi solidarietà. In definitiva si tratta della disintegrazione del tessuto sociale e dell’apparire sulla scena di milioni di esseri umani indifferenti e senza legami tra loro, nonstante le miserie che li accomunano. Il grande capitale non solo domina l’oggettività grazie al controllo dei mezzi di produzione, ma domina anche la soggettività grazie al controllo dei mezzi di comunicazione e di informazione. In queste condizioni, esso può disporre a piacere delle risorse materiali e sociali, riducendo così la natura in uno stato in cui non è più recuperabile e tenendo sempre meno conto dell’essere umano. Per questo ha mezzi tecnologici per fare tutto questo. E proprio come ha svuotato le aziende e gli Stati, ha svuotato di significato la scienza, trasformandola in tecnologia per la miseria, la distruzione e la disoccupazione. Non c’è bisogno di abbondare in argomenti quando si mette in evidenza che oggi il mondo ha le possibilità tecnologiche sufficienti per risolvere a breve termine e per vaste zone del mondo, i problemi della piena occupazione, della nutrizione, della salute, della casa e dell’istruzione. Se queste possibilità non si realizzano è semplicemente perché la speculazione mostruosa del grande capitale lo impedisce.

Il grande capitale ha ormai esaurito lo stadio dell’economia di mercato nei paesi avanzati e nella sua riconversione tecnologica comincia a disciplinare la società per affrontare il caos che esso stesso ha generato. La disoccupazione crescente, la recessione e lo straripamento degli inquadramenti politici e istituzionali fissa l’inizio di un’altra epoca nella quale i livelli e i quadri direttivi devono essere rinnovati e adattati ai nuovi tempi. Questi cambiamenti di schema non rappresentano altro che un passo verso la crisi generale del Sistema nel cammino della mondializzazione.

Ma davanti a questa irrazionalità non si alzano dialetticamente le voci della ragione, come ci si potrebbe aspettare, ma i più oscuri razzismi, fondamentalismi e fanatismi. E se questo Neoirrazionalismo guiderà regioni e collettività, il margine di azione per le forze progressiste verrà ridotto ogni giorno. D’altra parte, milioni di lavoratori hanno preso coscienza tanto delle irrealtà del centralismo statista che delle falsità della Democrazia capitalista. Così succede che gli operai si rivoltano contro i vertici sindacali corrotti, allo stesso modo in cui i popoli mettono in discussione i partiti e i governi. Ma sarà necessario un orientamento di questi fenomeni che altrimenti finiranno in uno spontaneismo senza progresso. E’ necessario andare al nodo centrale dei fattori di produzione.

Per L’Umanesimo i fattori della produzione sono il lavoro e il capitale, mentre speculazione e usura risultano superflue. Nella situazione attuale è decisivo che l’assurda relazione stabilita tra questi due fattori venga completamente trasformata. Fino ad oggi è stato imposto che il profitto andasse al capitale e il salario al lavoratore, giustificando tale relazione con il "rischio" che l’investimento comporta, ma senza tenere in considerazione il rischio del lavoratore nei flussi e riflussi della disoccupazione e della crisi. Oltre alla relazione tra i due fattori, sono in gioco la gestione e la decisione nella gestione dell’azienda. In definitiva, il profitto non destinato a essere reinvestito nell’azienda, non diretto alla sua espansione o diversificazione, prende la via della speculazione finanziaria. Il profitto che non crea nuovi posti di lavoro, prende la via della speculazione finanziaria. Di conseguenza, la lotta giusta e possibile dei lavoratori consisterà nell’obbligare il capitale a raggiungere la sua massima resa produttiva. Ma questo non potrà verificarsi senza la compartecipazione nella gestione e nella direzione dell’azienda. Diversamente, come si potranno evitare il licenziamenti in massa, la chiusura e lo svuotamento delle aziende? Perché il vero danno è nell’insufficienza degli investimenti, nel fallimento fraudolento delle aziende, nell’indebitamento forzato e nella fuga di capitali. E se si insitesse sulla confisca dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori, seguendo gli insegnamenti del XIX secolo, si dovrebbe tenere conto anche del recente fallimento del Socialismo reale. Per quanto riguarda l’obiezione che regolamentare il capitale così come è regolamentato il lavoro comporta la sua fuga verso punti e aree più redditizi, si deve chiarire che questo non accadrà per molto tempo ancora, perché l’irrazionalità dello schema attuale lo conduce alla saturazione e alla crisi mondiale. Questa obiezione, oltre al riconoscimento di una radicale immoralità, tralascia il processo storico del trasferimento del capitale produttivo verso la banca, da cui deriva che lo stesso imprenditore finisce per diventare un impiegato senza capacità decisionale all’interno di un meccanismo in cui la sua autonomia è solo apparente. D’altra parte, nella misura in cui si acuisce il processo recessivo, lo stesso imprenditore comincerà a prendere in considerazione questi punti.

L’azione umanista non si può limitare al campo strettamente lavorativo o della rivendicazione sindacale, ma è necessaria l’azione politica per impedire che lo Stato sia uno strumento del capitale finanziario mondiale, per ottenere che la relazione tra i fattori della produzione sia giusta e per restituire alla società l’autonomia che le è stata sottratta.

Nel campo politico, la situazione mostra che l’edificio della Democrazia si è gravemente deteriorato con l’incrinarsi dei pilastri sui quali poggiava: l’indipendenza dei poteri la rappresentatività e il rispetto delle minoranze.

La teorica indipendenza dei poteri in pratica è seriamente danneggiata. Basta indagare in molti luoghi del mondo sull’origine e sulle articolazioni di ciascuno dei poteri per rendersi conto degli intimi rapporti che li legano. Non potrebbe essere altrimenti. Tutti fanno parte di uno stesso Sistema. Quindi, le frequenti crisi dovute al predominio di un potere sugli altri, alle sovrapposizioni di funzioni, alla corruzione e all’irregolarità, riflettono la situazione globale, economica e politica di un dato paese.

Per quanto riguarda la rappresentatività, dall’epoca dell’estensione del suffragio universale si pensava che esistesse un solo atto tra l’elezione e la conclusione del mandato dei rappresentanti del popolo. Ma con il passare del tempo si è visto chiaramente che esiste un primo atto mediante il quale molti scelgono i pochi, e un secondo atto con il quale questi pochi tradiscono i molti, rappresentando interessi estranei al mandato ricevuto. Questo male si trova in incubazione nei partiti politici ridotti a vertici separati dalle necessità del popolo. Già all’interno della macchina dei partiti i grandi interessi finanziano candidati e impongono le politiche che questi dovranno seguire. Tutto ciò evidenzia una profonda crisi nel concetto e nell’implementazione della rappresentatività.

L’Umanesimo vuole trasformare la pratica della rappresentatività, dando la massima importanza alla consultazione popolare, ai referendum e all’elezione diretta dei candidati. Perché esistono ancora, in numerosi paesi, leggi che subordinano i candidati indipendenti ai partiti politici, oppure sotterfugi e limitazioni economiche per presentarsi davanti alla volontà popolare. Quasiasi legge che si opponga alla piena capacità del cittadino di eleggere e di essere eletto è una beffa nei confronti della Democrazia reale, che è al di sopra di detta relazione giuridica. E se si tratta di pari opportunità, i mezzi di diffusione devono mettersi al servizio della popolazione durante il periodo elettorale in cui i candidati espongono le loro proposte, consentedo a tutti esattamente le stesse opportunità. Oltre a questo, devono essere emanate leggi di responsabilità politica in base a cui chi non mantenga le promesse fatte ai suoi elettori rischi l’interdizione, la destituzione e il giudizio politico. Questo perché il rimedio alternativo, attualmente in vigore, secondo il quale gli individui o i partiti inadempienti saranno penalizzati dal voto nelle elezioni successive, non pone affatto termine a quel secondo atto con cui si tradiscono gli elettori rappresentati. Per quanto riguarda la consultazione diretta su temi urgenti, le possibilità tecnologiche di una sua attuazione crescono di giorno in giorno. Non si tratta di dare priorità a inchieste o sondaggi manipolati, si tratta invece di facilitare la partecipazione, l’opinione e il voto diretto attraverso mezzi elettronici e informatici avanzati.

In una Democrazia reale, alle minoranze deve essere data la garanzia di una rappresentatività adeguata, ma oltre a questo si devono prendere tutte le misure che ne favoriscano nella pratica l’inserimento e lo sviluppo. Oggi, le minoranze assediate dalla xenofobia e dalla discriminazione chiedono disperatamente di essere riconosciute, e in questo senso è responsabilità degli umanisti elevare questo tema a livello di discussione prioritaria, capeggiando ovunque la lotta contro i neofascismi palesi o mascherati che siano. In definitiva, lottare per i diritti delle minoranze significa lottare per i diritti di tutti gli esseri umani.

Ma anche all’interno di uno stesso paese esistono intere province, regioni o autonomie che subiscono la stessa discriminazione delle minoranze come conseguenza della compulsione dello Stato centralizzato, oggi strumento insensibile nelle mani del grande capitale. E ciò avrà termine quando si darà impulso ad un’organizzazione federativa in cui il potere politico reale torni nelle mani di quei soggetti storico-culturali.

In sintesi: porre al centro dell’attenzione i temi del capitale e del lavoro, i temi della Democrazia reale e l’obiettivo della decentralizzazione dell’apparato statale, significa indirizzare la lotta politica verso la creazione di un nuovo tipo di società. Una società flessibile e in costante cambiamento, in accordo con le necessità dinamiche dei popoli che oggi sono soffocati dalla dipendenza.

Nella situazione di confusione attuale, è necessario discutere il tema dell’Umanesimo spontaneo o ingenuo e porlo in relazione con ciò che noi intendiamo per Umanesimo cosciente. E’ evidente che gli ideali e le aspirazioni umaniste sono presenti nelle nostre società con un vigore sconosciuto pochi anni fa. Il mondo sta cambiando a grende velocità e questo cambiamento, oltre a spazzare via le vecchie strutture e i vecchi riferimenti, sta liquidando le vecchie forme di lotta. In una situazione tale, sorgono spontaneismi di ogni tipo che sembrano avvicinarsi più a catarsi e a straripamenti sociali che a processi con una direzione. Per questo considerando gruppi, associazioni e individui progressisti come umanisti, anche quando non partecipino al Movimento Umanista, stiamo ponendo l’attenzione sull’unione di forze in una medesima direzione e non su un nuovo egemonismo che porti avanti inquadramenti e procedimenti uniformatori.

Crediamo che sia nei luoghi di lavoro e abitativi dei lavoratori dove la semplice protesta si debba convertire in forza cosciente orientata verso la trasformazione delle strutture economiche, ma esistono anche numerose attività che riuniscono membri combattivi di organizzazioni sindacali e politiche. L’Umanesimo non propone loro di sradicarsi dai loro collettivi per partecipare a questo Movimento. Al contrario, la lotta per la trasformazione dei loro vertici, facendo in modo che si orientino al di là di semplici rivendicazioni immediatiste, colloca questi elementi progressivi in una direzione di convergenza con le proposte umaniste.

Anche vaste frangie di studenti e di docenti, normalmente sensibili all’ingiustizia, renderanno cosciente la loro volontà di cambiamento nella misura in cui la crisi generale graverà anche su di essi. E certamente, il settore della Stampa che è a diretto contatto con la tragedia quotidiana, è in condizioni di agire secondo una direzione umanista, come pure quei settori intellettuali le cui opere sono in contrasto con i modelli sostenuti da questo sistema inumano.

Sono numerose anche le posizioni che, tenendo come base il fatto della sofferenza umana, invitano all’azione disinteressata a favore degli emarginati o dei discriminati. Associazioni, gruppi di volontariato e consistenti fasce della popolazione si mobilitano, in certe occasioni, per dare un contributo positivo. Senza dubbio uno dei loro contributi consiste nel denunciare questi problemi. Tuttavia tali gruppi non impostano la loro azione in termini di trasformazione delle strutture che danno origine a quei mali. Queste posizioni rientrano nell’Umanitarismo più che nell’umanesimo cosciente. In esso, comunque, si trovano già denuncie e azioni concrete che possono essere approfondite e ampliate.

Ma così come esiste un settore sociale ampio e diffuso che potremmo chiamare "campo umanista", il settore che potremmo denominare "campo Anti-umanista" non è meno esteso. Sfortunatamente esistono milioni di umanisti che non si sono ancora messi in moto con una chiara direzione di trasformazione, mentre cominciano ad apparire fenomeni regressivi che si consideravano superati. Nella misura in cui le forze mobilitate dal grande capitale soffocano i popoli, emergono posizioni incoerenti che si rafforzano sfruttando il malessere sociale e incanalandolo verso falsi colpevoli. Alla base di questi neo-fascismi c’è una profonda negazione dei valori umani. Anche in certe correnti ecologiste devianti si mette al primo posto la natura invece dell’uomo. Esse non affermano che il disastro ecologico è tale perché mette in pericolo l’umanità, ma perché l’essere umano ha attentato contro la natura. Secondo alcune di queste correnti, l’essere umano è un essere infetto che, in quanto tale, contamina la natura. Per loro, sarebbe stato meglio che la medicina non avesse avuto alcun successo nella lotta contro le malattie e per prolungare la vita. Di qui alla discriminazione delle culture che contaminano, degli stranieri che sporcano e inquinano, il passo è breve. Anche queste correnti rientrano nel campo dell’anti-umanesimo poiché disprezzano l’essere umano, mostrando il trasfondo regressivo di un presunto "peccato originale", di una "espulsione dal Paradiso terrestre" per aver mangiato dall’"Albero proibito della Scienza". I loro sostenitori cominciano a ravvivare vecchi miti e a desiderare l’Apocalisse riflettendo anche qui le stesse tendenze nichiliste e suicide che si osservano in altri campi.

Ma c’è anche uno strato consistente di persone sensibili che aderisce all’ecologismo perché comprende la gravità del problema che questo denuncia. Ma se tale ecologismo prende il carattere umanista che corrisponde, orienterà la lotta contro i responsabili della catastrofe: il grande capitale e la catena di industrie e aziende distruttive, tutte strettamente imparentate con il complesso militare-industriale. Prima di preoccuparsi delle foche si occuperà della fame, della sovrappopolazione, della mortalità infantile, delle malattie e della mancanza di abitazioni e di strutture sanitarie in tanti luoghi della terra. E sottolineerà la disoccupazione, lo sfruttamento, il razzismo, la discriminazione e l’intolleranza nel mondo tecnologicamente avanzato. Mondo che, con la sua crescita irrazionale, sta creando squilibri ecologici.

Non è necessario dilungarsi troppo sulla considerazione delle destre come strumenti politici dell’Anti-umanesimo. La loro falsità raggiunge livelli tali che esse si spacciano continuamente come rappresentanti dell’"Umanesimo". La malafede e il banditismo nell’appropriarsi delle parole sono così enormi, che i rappresentanti dell’Anti-umanesimo hanno cercato di nascondersi dietro il nome di "umanisti".

Sarebbe impossibile fare un inventario completo dei trucchi, degli strumenti, dei modi e delle espressioni di cui dispone l’Anti-umanesimo. In ogni modo, un’opera di chiarificazione sulle tendenze anti-umaniste più dissimulate permetterà a molti umanisti, per così dire ingenui o spontanei, di rivedere le proprie concezioni e il significato della loro attività sociale.

Per quanto riguarda l’organizzazione del Movimento Umanista, questo organizza fronti d’azione nei quartieri, nel mondo del lavoro, sindacale, politico e culturale con l’intento di assumere un carattere sempre più ampio. Operando così, esso crea le condizioni per poter integrare forze diverse, gruppi e individui progressisti senza che questi perdano la loro identità e le loro caratteristiche particolari. L’obiettivo di tale azione sta nel promuovere l’unione di forze capaci di influire sempre più su vasti settori della popolazione e nell’orientare con la sua attività la trasformazione sociale.

Noi umanisti non siamo ingenui né ci gonfiamo il petto con parole vaghe. In questo senso, non consideriamo che le nostre proposte siano l’espressione più avanzata della coscienza sociale, né pensiamo la nostra organizzazione in termini indiscutibili. Noi umanisti non fingiamo di essere i rappresentanti della maggioranza. In tutti i casi, agiamo in accordo con ciò che riteniamo più giusto favorendo le trasformazioni che crediamo possibili e adatte all’epoca in cui ci è capitato di vivere.

Vorrei ora trasmettervi le mie preoccupazioni personali. Non penso in alcun modo che stiamo andando verso un mondo disumanizzato così come ce lo presentano alcuni autori di Fantascienza, alcune correnti salvazioniste o alcune tendenze pessimiste. Credo che ci troviamo al punto, tra l’altro molte volte presentatosi nella storia umana, in cui sia necessario scegliere tra due strade che portano a mondi tra loro ooposti. Dobbiamo scegliere in quali condizioni vivere e credo che, in questo momento pericoloso, l’umanità si stia apprestando a fare la sua scelta. L’Umanesimo ha una carta importante da giocare a favore della migliore delle possibilità.

Debbo, inoltre, considerare l’ambito in cui si danno queste spiegazioni.

In queste Giornate si è creato uno spazio di riflessione scientifica e filosofica. Possiamo supporre che, soltanto per questo fatto, cresciamo nella nostra conoscenza. Mi sembra, tuttavia, che con tale posizione siamo collocati in un ambito simile a quello dello sport che viene realizzato senza porre attenzione alle sue conseguenze, all’arte che esercitata per diletto estetico e alla Filosofia presa nel suo senso classico di "amore per la conoscenza". Se invece queste discussioni hanno avuto ed hanno come obiettivo la ricerca di soluzioni pratiche a problemi concreti, penso che le idee del dibattito debbano contribuire alla comprensione della situazione in cui ci tocca vivere e alla valutazione dei mezzi disponibili o possibili per modificare detta situazione. Si comprende, d’altro canto, che non stiamo svalutando la conoscenza speculativa, né pretendiamo la sua subordinazione al sapere pratico. Stiamo cercando di chiarire interessi, di fissare il punto di vista dal quale si affrontano questi dialoghi. D’altra parte non è il momento di proseguire ancorati all’aforismo medievale secondo il quale, semplicemente, "dalla discussione nasce la luce".

La situazione in cui si trovano a vivere i docenti e gli studenti di Filosofia, Psicologia e Pedagogia non è estranea al contesto sociale. E chi vorrebbe separarsi da esso e dedicarsi strettamente alla sua disciplina particolare, dovrebbe ricordare che i suoi studi sono organizzati secondo parametri stabiliti da un Ministero, che vengono realizzati in istituzioni e che successivamente si applicano in ambiti anch’essi fissati in precedenza. Si tratta dell’apprendimento, dell’insegnamento e dell’applicazione di conoscenze all’interno di un Sistema. Naturalmente, secondo la dinamica e il cambiamento di interessi di tale sistema, tali saranno le vicissitudini che affronteranno quegli studenti e professori.

D’altra parte gli istituti di insegnamento e le università hanno il fine di mettere le nuove generazioni in condizioni di sviluppare tecniche e conoscenze d’accordo con le esigenze del momento sociale. E in questo modo si formano quadri sempre più specializzati, sempre più retti non da ordinamenti epistemologici ma dai parametri imposti dalle necessità del sistema. In tutti i casi, tale situazione non mi sembra riprovevole ma mi fa riflettere sulle false necessità che possono essere spinte dal potere (politico, economico, culturale, ecc.), senza porre attenzione alle vere necessità del contesto sociale e della personalità individuale.

La proliferazione di professioni e specializzazioni nel momento attuale ci mostra da una parte la crisi di un tipo di sapere che fu vigente per molto tempo, dall’altra l’apparizione di nuovi interessi, preoccupazioni e urgenze. L’informazione si diversifica e si amplia ed è necessario ordinare, classificare e definire conoscenze e ambiti di acquisizione e di applicazione degli stessi. Simultaneamente a questo processo, vanno priorizzandosi alcune professioni e retrocedendo altre.

Siamo molto lontani da quelle epoche in cui la Filosofia era "la madre di tutte le scienze". Questo processo di emancipazione cominciò tempo fa e oggi si arriva alla situazione in cui la stessa Filosofia sembra disconoscere i suoi obiettivi. Sappiamo che la professionalità della Filosofia è un fatto più o meno recente. Prima di Kant il filosofo non era un professionista nel senso di oggi. Quindi numerosi pensatori non sono partiti dalle aule, ma dobbiamo riconoscere che la conoscenza sistematica delle materie che formano i nostri studenti è oggi ineludibile. D’altra parte, riconosciamo la differenza tra un professore di filosofia e un filosofo, allo stesso modo in cui lo facciamo tra un insegnante di arti plastiche e un artista. E tutti aspiriamo al fatto che un professionista del pensare sviluppi il suo potenziale di pensatore così come desideriamo che ogni insegnate di arte migliori la sua sensibilità e cerchi di fare, quanto meno, qualche progresso di creatività artistica. Ma infine, il processo di diversificazione e di specializzazione che c’è nel mondo professionale in generale si osserva anche all’interno della Filosofia in quanto professione e qui verifichiamo un prestigio crescente della Logica, che porta all’analisi specializzata del linguaggio, a scapito della Metafisica, relegata al campo delle "inconsistenze" tollerate disdegnosamente da alcune correnti accademiche. Neanche questo processo mi sembra riprovevole, ma in tutti i casi, mi fa riflettere sulle false necessità del pensare filosofico che possono essere manipolate dai vertici che danno direzione a questo sistema, senza porre attenzione alle reali necessità del contesto sociale, del pensare profondo e della personalità individuale.

Se lo studente o il docente di Filosofia e di discipline correlate si applica lucidamente al suo compito, deve chiedersi a cosa servono i suoi sforzi, cosa vuole ottenere con essi e quali possibilità ha di ottenere risultati adeguati ai suoi obiettivi. Se l’attore di tali attività pensa di fare uso, ad esempio, di uno strumento interpretativo della realtà, avremo conseguenze diverse da quelle che avremmo se pensasse che detto strumento debba essere posto al servizio della trasformazione della realtà. Le condizioni sono fissate in modo tale che lo studente di Filosofia o si attiene ai parametri fissati, o riflette al di là di essi. In realtà stiamo reclamando un atteggiamento che va al di là (o al di qua) del professionalismo e che ci pone in presenza dell’essere umano che lucidamente si pone domande sul senso della sua vita e della sua azione, e sulle condizioni in cui vuole vivere.

Inoltre, se si pensa a questa attività come a una disciplina che serve all’essere umano e che migliora la sua esistenza, è ineludibile la proposta per le migliori condizioni di vita che può creare tale esercizio e per la lotta contro le condizioni che peggiorano l’esistenza. E ciò si rende ancora più evidente quando ci riferiamo a discipline come la Psicologia e la Pedagogia.

Quali sono i criteri da utilizzare per chiarire termini come "miglioramento dell’esistenza" o "miglioramento della vita"? Se si pensa che un determinato tipo di economia sia il fondamento del miglioramento della vita, allora la Filosofia dovrà dedicarsi all’interpretazione e alla giustificazione di tale economia, la Psicologia dovrà occuparsi di adattare i cittadini a tale economia e la Pedagogia dovrà perfezionare metodi per insegnare chiaramente e in modo convincente i punti educativi fondamentali di tale economia. Abbiamo già visto la posizione economicista che si è limitata a prendere tali discipline come tecniche annesse di propaganda e che oggi, in un’altra variante economicista, le considera di qualche utilità se dimostrano la loro efficienza nell’applicazione all’azienda.

Se invece si prende l’essere umano come valore centrale, i termini cominciano a invertirsi cominciando dall’Economia (in greco oikonomia, cioè il lavoro del maggiordomo nell’amministrazione di una casa). Questa Economia, quindi, perde il suo carattere fondamentale e si pone come una tecnica in più, al servizio della società. Perché a nessuno sfugge che l’Economia non ha carattere di scienza fondamentale ma di tecnica applicata che richiede un orientamento preciso esterno ad essa. Così, in questo momento, sembra opportuno ricordare la distinzione tra epistemh e tecnh.

A questo punto vorrei fare una breve digressione riferendomi alla crisi della Scienza in generale. Sappiamo tutti che l’epoca dei grandi sistemi è finita: tanto in Matematica, come in Fisica, come in Filosofia. Tuttavia la tecnologia continua a progredire a grande velocità e questo mostra che nella fase attuale non sono necessarie quelle grandi costruzioni né quei grandi costruttori. Ci basta aprofittare dei principi e applicarli; ci basta sapere come usare quelli che ci insegnano. E non dico questo con nostalgia, ma piuttosto in preparazione del terreno delle epoche a venire, epoche che dovranno richiedere nuovi fondamenti del pensiero e dell’azione, oggi persi nel vortice della destrutturazione generale. I filosofi, psicologi e pedagogi di oggi forse cominciano a sperimentare che "si scruta la terra sconosciuta" e che tale terra sconosciuta è quella di un nuovo pensiero e di una nuova azione.

Torniamo al nostro tema.

Un sistema in cui tutto è retto dalle leggi di mercato è un mercato. Oggi si tende a fare supermercati delle grandi regioni culturali, mercati delle nazioni e mini-mercati delle famiglie. In questo gioco di forze tra produttori e consumatori non c’è posto per una comunità organizzata in base ad altri criteri. E se gli istituti di insegnamento non si adatteranno alle esigenze di questo mercato saranno privatizzati perché altrimenti procureranno perdite allo Stato. Secondo questa logica, nessuna azienda privata costruirà una scuola in campagna dove non ci sia sufficiente mercato. Quale impresa sosterrà la nuova università se il potere di apprendimento degli studenti è tanto limitato? Dovrà ridurre gli organici: di studenti, di professori e di impegati amministrativi. E se questo posto ha una fascia mediamente pagante, allora si creerà l’istituto di insegnamento esclusivo e ristretto che dovrà insegnare a questa minoranza. Inoltre, quello Stato non si renderà responsabile del resto della popolazione. Allora perché esiste quello Stato? Noi umanisti pensiamo che quello Stato codardo debba essere sostituito da un altro che si faccia carico delle responsabilità tante volte declamate. Quello Stato dovrà disporre di un budget importante per Educazione e Salute, fondamentalmente, e le presunte "leggi di mercato" dovranno dipendere dalle necessità del popolo. Ben vengano i centri di studio privati e i centri di salute privati in un sistema in cui l’insegnamento e la salute sono pubblici e gratuiti. Nessuno impedirà ai primi di fare i loro affari, né che le fasce più abbienti continuino con le loro istituzioni a pagamento. Allora parleremo di competenza reale senza sentimenti di inferiorità rispetto alle chiacchere e alla presunta efficienza privatista.

Per quanto riguarda lo sbocco lavorativo regolato dal modello dell’impresa privata sappiamo già quali sono le conseguenze in materia di disoccupazione e di recessione. Il tema non passa per ciò che c’è oggi, ma per ciò che ci dovrà essere: questo è l’aumento prioritario della produttività sociale e della gestione comune dei fattori della produzione nella direzione del processo produttivo. Ma tutto ciò, sebbene rifletta le nostre preoccupazioni e si riferisca alle necessità immediate, ci porta a un campo degno di essere considerato in future esposizioni e dibattiti.

Spero che, in queste Quinte Giornate e davanti ad altre proposte, sia stata abbozzata la posizione del Nuovo Umanesimo.

Nient’altro. Molte grazie.

 


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