PRESUPPOSTI |
Siamo in molti,
associazioni, gruppi e singoli, in Italia e nel mondo in grado di immaginare
una società senza carceri.
Le argomentazioni fornite a sostegno di questa aspirazione sono valide e concrete
sia da un punto di vista ideologico, sia umano, sia storico, sia morale.
Con queste argomentazioni possiamo sperare di persuadere un po' di gente che,
invece, sostiene l'utilità e la giustizia del carcere, ma non riusciremo
a far cambiare idea alla maggior parte di loro.
Però, per un grande cambiamento, c'è bisogno del sostegno dei
più.
Allora cambiamo punto di vista e consideriamo il superamento della detenzione
e dell'intero sistema penale come una necessità al progresso, indipendentemente
dalle idee personali o dal desiderio di punizione che tanto facilmente può
sorgere in ciascuno di noi.
Partiamo dalla violenza in tutte le sue forme e manifestazioni, violenza dei
valori imperanti e dei modi di agire, a tutti i livelli. La violenza è
un limite alla crescita perché si basa sulla sopraffazione, sulla negazione
della possibilità di scegliere, sulla prepotenza e il menefreghismo,
sull'individualismo esasperato, su una mentalità corta che non vede oltre
il proprio naso, incapace di percepire l'orizzonte temporale e intenzionale
degli altri. Tutto entra e nulla esce.
E' la necessità di superare ogni forma di violenza, manifesta o larvata,
che comporta la messa in discussione del sistema penale e il suo superamento.
Rispondere alla violenza con la violenza serve solo ad alimentare questa catena
infinita.
Il reato non è mai un fatto isolato, ma una delle tante manifestazioni
di una rete di violenze che costituiscono la struttura portante della società,
di un quartiere e della vita delle persone che si sono trovate a viverci dentro.
Come lo sono la povertà, la mancanza di opportunità, lo sfruttamento,
il mancato insegnamento del rispetto e della percezione dell'altro, perché
nessuno lo ha mai fatto con te.
Un reato è come la punta di un iceberg, è l'espressione più
evidente di un insieme di violenze di vario genere in atto da tempo. Rispondere
al reato con la punizione (processo, condanna, carcere, esclusione) è
un'altra violenza.
E' necessario trovare risposte nonviolente e, per questo, costruttive che rappresentino
un'esperienza personale e sociale di comprensione, ricostruzione e superamento.
Questo dà futuro e possibilità ai responsabili, alle vittime e
alla società.
A questo punto
è indispensabile guardarsi dentro e ascoltarsi: cos'è quell'impulso
che nasce dentro nei confronti di una persona che ci ha fatto del male? O verso
qualcuno che ha danneggiato un altro? Che ha rubato, o scippato, o magari aggredito
e ferito gravemente, oppure ucciso un'altra persona? Che sentimenti si provano
di fronte a certi avvenimenti? Orrore, disperazione, incredulità …..
e poi voglia di punizione, di vendetta. Succede di desiderare che il colpevole
soffra quanto la vittima o anche di più; che paghi per quello che ha
fatto….
Finché saremo schiavi di questo "meccanismo", non troveremo
una risposta evolutiva, una risposta nonviolenta.
Il primo passo è comprendere l'importanza dell'azione nonviolenta, capire
che se essa comincia molto presto la violenza non si sviluppa, ma appassisce
perché non trova terreno fertile.
E di fronte a situazioni-limite non bisonga farsi trasportare dagli impulsi
immediati, ma ragionare e continuare a seguire i propri principi.
Ricevere violenza fa soffrire ed esercitare violenza fa soffrire; anche questa è una catena. Se in certe situazioni soffire è inevitabile, che almeno avvenga in modo costruttivo, con l'intento di superarla comprendendo profondamente la radice delle azioni compiute, di imparare da ogni esperienza, di riparare ai danni fatti, o di accettare e riconciliarsi, di impegnarsi in azioni sociali per superare la violenza affinché non accada la stessa cosa a qualcun altro.
Siamo a questo
punto e con le nostre azioni stiamo crescendo, quindi speriamo presto di potervi
spiegare in modo più profondo e convincente perché punire è
un errore.